Comorbidità e depressione

Il concetto di comorbidità è stato introdotto nella letteratura medica nel 1970 per indicare una condizione clinica caratterizzata dalla presenza, contemporanea o in momenti diversi della vita, di più disturbi nello stesso paziente (es. un infartuato con un rafreddore).
La valutazione della comorbidità in psichiatria non rappresenta soltanto un mero esercizio di stile oppure uno sfoggio di cultura psicopatologica, ma è un concetto estremamente pratico con importantissime implicazioni sia per la diagnosi che per il trattamento.
La valutazione psichiatrica non si limita solo alla analisi del processo patologico che porta il paziente all’osservazione clinica, ma comprende (o dovrebbe comprendere) una accurata ricerca delle eventuali forme patologiche (sia a piena espressione clinica che attenuate) che accompagnano il disturbo.
La visita psichiatrica non può inoltre prescindere dalla indagine sulla struttura di personalità in cui l’eventuale disturbo si innesca e dalla raccolta delle informazioni sulle eventuali patologie internistiche o chirurgiche del paziente.
La valutazione della comorbidità medica e psichiatrica consentono l’approccio a quadri psicopatologici apparentemente complessi e permettono una più sicura impostazione del trattamento.
Un paziente con una depressione che si presenta accompagnata da un disturbo d’ansia risponderà meglio al trattamento con antidepressivi dotati di proprietà ansiolitiche rispetto ad antidepressivi particolarmente “stimolanti”, ed è altamente probabile che a seguito della somministrazione di un antidepressivo con spiccate proprietà stimolanti il paziente presenti un aggravamento del quadro psicopatologico anzichè un miglioramento.
Questo piccolo esempio ci permette di capire meglio quanto sia necessaria la visita psichiatrica con una accurata valutazione di tutto il quadro psicopatologico ed internistico prima di effettuare una prescrizione di qualsiasi farmaco attivo sul sistema nervoso centrale, per non incorrere in amare sorprese e in effetti imprevisti (ma prevedibili) dei trattamenti neurofarmacologici.
Nell’ambito dei disturbi dell’umore il problema della comorbidità è particolarmente sentito in quanto i quadri depressivi, già di per se multiformi, tendono a modificare la loro presentazione clinica fino a trasformare completamente il quadro psicopatologico tipico rendendolo irriconoscibile (tipico è il quadro di alcune comorbidità con quadri ansiosi che portano il paziente all’osservazione clinica dal medico di medicina generale per sintomi all’apparenza esclusivamente fisici).
Gli psichiatri sono abitualmente consapevoli del fatto che molto raramente la depressione “viaggia da sola”, e sanno che di frequente la si ritrova in compagnia di altri fenomeni psicopatologici e/o fisici che contribuiscono a renderne più difficile il riconoscimento, ne complicano la prognosi, e rendono molto più complicato impostarne il trattamento.

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