Lamotrigina, un antiepilettico differente

La stabilizzazione dei disturbi dell’umore è uno degli argomenti più controversi e dibatutti nella psichiatria contemporanea. I limiti diagnostici e le implicazioni per il trattamento della depressione, della mania e del disturbo bipolare non cessano di attirare l’interesse di clinici e ricercatori con la prospettiva di trovare sempre nuove possibilità di terapia e di ottimizzare l’uso dei trattamenti già noti. La lamotrigina (nome commerciale: Lamictal) è un antiepilettico che in Italia ha ricevuto  l’indicazione per la prevenzione degli episodi depressivi nei pazienti affetti da disturbo bipolare. Questo significa che per migliorare i sintomi depressivi in pazienti affetti da disturbo bipolare (in cui gli antidepressivi rischiano di elevare eccessivamente il tono dell’umore inducendo una fase espansiva della malattia) può essere utilizzato un antiepilettico. L’ efficacia di lamotrigina sui sintomi depressivi differenzia questo farmaco dagli altri antiepilettici utilizzati nei disturbi dell’umore (acido valproico, carbamazepina, oxcarbamazepina, gabapentin, etc) che risultano invece prevalentemente efficaci sui sintomi eccitativi e quindi sono più utili nelle fasi maniacali o miste del disturbo bipolare (Mahi et al 2009). A differenza della maggioranza delle farmacoterapie attualmente disponibili per il trattamento dei disturbi dell’umore (e di quanto risulta per gli altri antiepilettici) l’assunzione di questo farmaco non è stato associato ad alcun aumento di peso corporeo. esistono anzi i primi studi clinici in cui questo farmaco viene testato come anti obesità in pazienti che non soffrono di epilessia o di alcuna paologia psichica (Merideth 2006). Alcuni studi hanno recentemente ipotizzato che l’efficacia di lamotrigina nella depressione bipolare potesse essere sovrastimata (Vigo e Baldessarini 2009) e che  l’efficacia del farmaco non fosse dimostrata oltre un ragionevole dubbio, chiamando in causa la mancata pubblicazione di studi che riportavano dati negativi sull’efficacia del farmaco (Ghaemi et al 2008). Allo scopo di dirimere la questione sono stati pubblicati recentemente due interessanti lavori: In uno è stata effettuata una imponente (e indipendente) analisi dei dati che comprendeva 1072 pazienti da cinque studi randomizzati e controllati che ha accertato la differenza di risultati tra pazienti con depressione bipolare trattati con lamotrigina e quelli trattati con placebo (Geddes et al 2009). In un altro e più complesso lavoro è stata analizzata la capacità di lamotrigina di indurre sintomi maniacali o aumentare la suscettibilità nei confronti di sintomi maniacali in pazienti con disturbo bipolare I: Lo studio concludeva per l’assenza di rischio di indurre destabilizzazione del tono dell’umore o di produrre sintomi maniacali durante il trattamento con lamotrigina (Goldberg et al 2009). Dopo i ragionevoli dubbi sollevati da alcuni autori sembra quindi accertato che l’utilizzo secondo indicazione di lamotrigina nei disturbi dell’umore possa aprire la porta a nuove prospettive di trattamento in cui il miglioramento dei sintomi depressivi della malattia bipolare non sia gravato da rischi di peggioramento della malattia nel suo complesso attraverso l’induzione o il peggioramento delle fasi espansive del disturbo.Anche per quanto riguarda il profilo degli effetti collaterali la lamotrigina si allontana dagli altri anticomiziali usati nei disturbi dell’umore. Invece degli effetti indesiderati a carico della vigilanza, del peso corporeo, del quadro ematologico, della funzionalità epatica e dell’equilibrio idroelettrolitico, gli effetti indesiderati più frequenti riscontrati con lamotrigina riguardano aspetti dermatologici. Negli studi clinici viene descritto un rash cutaneo in circa il 10% dei pazienti che assumevano lamotrigina e nel 5% dei pazienti che assumevano placebo. Il rash, che normalmente si presenta come maculopapulare, appare generalmente entro otto settimane dall’inizio del trattamento e si risolve con la sospensione di Lamictal, tale rash è stato anche segnalato nel contesto di una più grave sindrome di ipersensibilità , associata a un insieme di sintomi sistemici, che può raramente portare a coagulazione intravascolare disseminata e insufficienza multiorgano. Nel complesso i dati di letteratura indicano che l’incidenza di tali fenomeni sia comunque bassa e di insorgenza limitata ai primi periodi di trattamento.

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