Depressione resistente, le strategie per il trattamento

Il disturbo depressivo maggiore è una malattia comune ed invalidante che colpisce fino al 15% delle persone nel corso della loro vita. Coloro che ne vengono colpiti vedono ridursi in modo drammatico la qualità di vita con la compromissione delle capacità sociali e lavorative, oltre che della loro salute fisica generale.

L’introduzione degli antidepressivi di nuova generazione ha migliorato la nostra capacità di curare la depressione, anche se solo circa il 50-60% dei pazienti risponde al primo trattamento e solo il 35-40% avrà una remissione dei sintomi nelle prime 8 settimane di cura.

La questione di come procedere oltre il primo trattamento se i pazienti rispondono parzialmente alla cura diventa quindi di vitale importanza, in quanto una buona scelta può migliorare gli esiti e risolvere la malattia, mentre una depressione persistente può portare ad un decorso più cronico ed invalidante. Esistono in tal senso un certo numero di opzioni raccomandate dalle linee guida cliniche, ma ad oggi rimane controversa l’indicazione di quale sia la migliore.

Le più recenti linee guida raccomandano, dopo il fallimento di una terapia iniziale con un antidepressivo che è stato utilizzato in maniera ottimale per quanto riguarda dosaggio e durata ed ha dato un risultano inadeguato, di proseguire la cura con l’aggiunta di psicoterapia, oppure di effettuare una associazione con i sali di litio, pindololo, ormoni tiroidei o con alcuni antipsicotici di seconda generazione, oppure infine di passare ad un altro antidepressivo.

Le stesse linee guida fanno notare che le strategie di combinazione con due o più antidepressivi e le strategie di potenziamento con stimolanti o buspirone sono comunemente praticati, ma relativamente non supportate da dati adeguati e che la terapia di combinazione nel suo complesso è poco studiata. Tali considerazioni rischiano però di essere fuorvianti per i clinici e poco chiare per i pazienti.

Gli studi effettuati sulle strategie di potenziamento con i loro risultati relativamente positivi riguardano infatti principalmente i vecchi antidepressivi tricicli. Tali farmaci però al giorno d’oggi hanno scarsissime o nessuna possibilità di essere prescritti come trattamento di prima linea, mentre invece i dati sono tutt’altro che ottimistici per quanto riguarda l’efficacia delle strategie di potenziamento degli antidepressivi di nuova generazione con litio od ormoni tiroidei.

Negli studi sui farmaci antidepressivi di più recente generazione il vantaggio dell’associazione con i sali di litio od ormoni tiroidei nel trattamento della depressione resistente appare quantomeno discutibile, per quanto riguarda invece l’associazione degli antidepressivi di nuova generazione con alcuni dei farmaci antipsicotici atipici vi sono invece dati più recenti ed incoraggianti.

Premessa la necessaria prudenza e l’ovvio bisogno di una accurata valutazione del rapporto rischio beneficio in tali prescrizioni, la terapia aggiuntiva con alcuni degli antipsicotici di seconda generazione (SGAS) è attualmente la strategia farmacologica di potenziamento degli antidepressivi più sistematicamente e rigorosamente studiata.

Tra gli antipsicotici atipici sia quetiapina che aripiprazolo si sono dimostrati efficaci terapie aggiuntive con efficacia sovrapponibile in studi controllati con placebo su pazienti in terapia antidepressiva.

Risultati minori e per tempi più brevi sono stati rilevati negli studi su risperidone, mentre olanzapina, finora studiata solamente in combinazione con fluoxetina, sembrerebbe produrre benefici paragonabili a breve termine anche se può comportare maggiori problemi di aumento di peso rispetto agli altri farmaci della stessa classe. Vi è, allo stato attuale, insufficiente sostegno empirico all’utilizzo di ziprasidone come strategia di potenziamento dei trattamenti antidepressivi.

Al momento attuale sono necessari studi a lungo termine per descrivere in maniera esaustiva il rapporto rischio-beneficio di queste strategie farmacologiche di potenziamento per i pazienti affetti da depressione che rispondono in maniera soltanto parziale alle terapie.

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