Dopo anni di ricerca nell’ambito della vulnerabilità genetica nei confronti della depressione arriva una doccia fredda da una recentissima pubblicazione sulla stampa specialistica. Nel corso del tempo si erano accumulati numerosi e promettenti studi sul coinvolgimento di una specifica variante genetica del trasportatore del neurotrasmettitore serotonina nel rischio sviluppare disturbi depressivi (5-HTTLPR genotype). L’importante ruolo della serotonina nella regolazione del tono dell’umore e l’indiscussa efficacia nei disturbi depressivi dei farmaci che agiscono sul sistema serotoninergico avevano fatto credere di essere vicini al traguardo finale e di poter finalmente trarre conclusioni definitive sul preciso ruolo di questo neuro mediatore nella fisiopatologia dei disturbi dell’umore. Purtroppo le certezze si sono allontanate. Leggi il seguito »

Disponibile in Europa fin dal 1980 l’Oxcarbamazepina (Nome commerciale: Tolep ) è un farmaco appartenente alla categoria degli antiepilettici con una struttura chimica molto simile a quella del suo “predecessore” Carbamazepina. L’ Oxcarbamazepina differisce dalla Carbamazepina per proprietà farmacocinetiche (interferisce molto meno con gli altri farmaci somministrati in associazione) ed in quanto a tossicità (non forma metaboliti tossici quali l’epossido). Nonostante le sue interferenze con gli altri farmaci siano minori rispetto a quelle di altri anticomiziali questa molecola non è del tutto priva di interazioni clinicamente significative. Leggi il seguito »

Esistono una varietà di studi aneddotici che negli ultimi anni hanno sollevato la questione sulla possibilità che il trattamento con inibitori della ricaptazione della serotonina (SSRIs ) (i.e. paroxetina, sertralina, citalopram, escitalopram, fluoxetina, fluvoxamina) potesse indurre comportamenti suicidari.
Al di la delle varie ipotesi possibili e delle difficoltà metodologiche connesse con lo studio del comportamento suicidario in una popolazione di pazienti con depressione (che per definizione sono più esposti al rischio suicidario rispetto alla popolazione generale) è stato recentemente pubblicato una revisione della letteratura che permette finalmente di stabilire alcuni punti fermi sulla questione:
- Gli studi effettuati finora NON hanno dimostrato alcun aumento del rischio suicidario durante il trattamento con SSRIs sia se paragonato a placebo, sia se paragonato ad altri farmaci di riferimento
- Esistono dati non conclusivi riguardanti l’SSRI paroxetina
- Esiste un rischio maggiore di suicidio in pazienti bambini o adolescenti affetti da depressione rispetto agli adulti, ma tale rischio non è specificamente aumentato dagli ssris.
- I punteggi medi alle scale di valutazione che misurano l’ideazione suicidaria, si riducono durante il trattamento con SSRIs in tutti i campioni analizzati
- Nell’analisi dei dati di tutti gli studi effettuati dalle autorità internazionali di studio e vigilanza sui farmaci i suicidi a termine ed i tentativi di suicidio effettuati non differivano tra i pazienti trattati con SSRIs, con placebo o con altri farmaci antidepressivi
- Nelle analisi effettuate successivamente alla pubblicazione degli studi nessuno degli autori ha potuto rilevare alcuna prova che gli SSRIs possano aumentare il rischio suicidario. Leggi il seguito »

I disturbi dell’umore (chiamati anche “disturbi affettivi”) comprendono oscillazioni del tono dell’umore verso il polo eccitativo (mania) o verso il polo depressivo (depressione).
Depressione e mania sono frequentemente inquadrati come estremi opposti di un “continuum affettivo” o “spettro dell’umore” (Stahl 2000). In questa ormai classica descrizione mania e depressione rappresentano i poli opposti da cui derivano i termini “depressione unipolare” (in cui i pazienti esperiscono soltanto la fase depressiva dell’abbassamento del tono dell’umore) ed il termine “depressione bipolare” (in cui i pazienti esperiscono in tempi diversi sia la fase depressiva con l’abbassamento dell’umore che la fase espansiva con l’elevazione del tono dell’umore). Nella pratica clinica tuttavia si osserva che aspetti depressivi ed aspetti eccitativi possono presentarsi anche contemporaneamente determinando quadri psicopatologici multiformi e particolarmente complessi denominati “stati misti”.
Sia la mania che la depressione possono presentarsi anche in forme attenuate, atipiche e di variabile durata che possono non essere facili da diagnosticare. In alcuni casi vi possono essere oscillazioni dell’umore da un polo all’altro talmente rapide da determinare fenomeni di rapida ciclicità che ne complicano ulteriormente la diagnosi.
Può essere utile inquadrare i disturbi dell’umore come un gruppo di malattie che variano per gravità e presentazione clinica dai temperamenti affettivi (distimia, ciclotimia, ipomania) alle forme a piena espressione clinica (depressione unipolare, depressione bipolare, stati misti) nelle loro presentazioni più classiche fino alle forme più gravi accompagnate da deliri ed allucinazioni (Cassano, 1994)
Nonostante l’apparente semplicità delle descrizioni classiche non è assolutamente facile stabilire quando le oscillazioni fisiologiche del tono dell’umore che ci accompagnano nella nostra vita di tutti i giorni sfocino nella patologia dell’umore. Gli aspetti che ci orientano nella diagnosi possono essere l’entità dell’esperienza depressiva o eccitativa e la sua fissità nelle forme depressive o eccitative “pure”, oppure al contrario possono essere l’estrema mobilità del tono dell’umore nelle forme bipolari o miste ad orientarci.
Nella comunità scientifica internazionale sono stati definiti ed accettati dei criteri standardizzati basati sulla statistica che consentono di separare la “normale” depressione o eccitazione che possono accompagnarci nella vita di tutti i giorni dai disturbi affettivi e quindi di effettuare correttamente la diagnosi di disturbo dell’umore. Tali criteri sono stati riuniti nei manuali diagnostici europei (International Classification of Disease, ICD) e statunitensi (Diagnostic and Statistic Manual of Mental Disorders, DSM). Leggi il seguito »