Con l’introduzione di un numero sempre maggior di farmaci che agiscono attraverso il sistema serotoninergico cerebrale la tossicità da serotonina è diventato un evento avverso di crescente importanza. Molti farmaci sono stati chiamati in causa nella fisiopatologia della sindrome serotoninergica tra cui gli inibitori della ricaptazione della serotonina (SSRIs) . Per evitare fraintendimenti è fondamentale ricordare che la tossicità da serotonina è un fenomeno raro. Per dare un idea in un recente studio è stato riportato che una qualche forma di tossicità serotoninergica si verifica nel 15% circa delle overdose da SSRIs. In pratica tra tutte le persone che accidentalmente o volontariamente si espongono a dosaggi differenti da quelli utilizzati nella pratica clinica circa neanche una su sei svilupperà una sindrome serotoninergica. La tossicità da serotonina risulta da un eccesso di serotonina (5 idrossi-triptamina o  5HT) a livello del sistema nervoso centrale che può essere dovuta a differenti meccanismi farmacologici Leggi il seguito »

Antidepressivi ed aumento di peso

scritto da Bruno Pacciardi il 25 febbraio 2010

Nell’ambito dei medicinali ad azione antidepressiva sono compresi  farmaci con meccanismi di azione estremamente differenti tra loro e per tale motivo può essere fuorviante descrivere le loro caratteristiche come se fossero una unica classe farmacologica. Per illustrare l’effetto dei farmaci antidepressivi sul peso corporeo è necessario quindi separare le diverse molecole (almeno in base al funzionamento) e successivamente analizzarne l’effetto sul peso. Questo lavoro è stato fatto in una revisione della letteratura che ha valutato separatamente l’effetto sul peso di antidepressivi triciclici (TCA), Inibitori delle monoamino-ossidasi (IMAO), Inibitori Selettivi della Ricaptazione della Serotonina (SSRIs), ed altri antidepressivi definiti come “atipici” (AtAD) (Swartz et al 2009). Tra gli antidepressivi triciclici il farmaco più comunemente associato con l’incremento di peso era risultato l’amitriptilina, mentre al contrario la nortriptilina non avrebbe indotto variazioni significative di peso.  Gli inibitori delle monoamino-ossidasi sarebbero meno comunemente associati all’aumento di peso rispetto agli antidepressivi triciclici e tra gli IMAO la fenelzina sarebbe il farmaco con le maggiori capacità di indurre incremento ponderale. Sia tra gli IMAO che tra i TCA l’effetto sul peso sembra variare significativamente da un farmaco all’altro. Leggi il seguito »

Dal 29 al 46% dei pazienti affetti da depressione continuano a presentare sintomi residui di malattia nonostante assumano correttamente  un adeguato  trattamento. Pertanto, anche tra coloro che rispondono alla terapia antidepressiva, vi sono persone che continuano ad avere sintomi anche se di ridotta intensità o in numero minore. Tali sintomi, oltre a condizionare negativamente la qualità della vita, determinano una più alta probabilità di ricadute della malattia depressiva ed una prognosi peggiore. A differenza dell’efficacia degli antidepressivi sulla patologia a piena espressione clinica, dove esiste oramai una mole impressionante di lavori di ottima qualità, le evidenze disponibili riguardo alle strategie utili per combattere i sintomi residui della depressione sono molto più scarse. Per questo motivo la maggioranza dei clinici quando si trova a dover trattare queste condizioni, deve prendere delle decisioni basandosi su dati non univoci e di discutibile qualità. Con queste premesse il medico che si trova a dover affrontare una parziale risposta al trattamento antidepressivo ha a disposizione soltanto tre opzioni: il potenziamento del farmaco antidepressivo con altre molecole non antidepressive, la sostituzione del farmaco medesimo o l’associazione della terapia in atto con altro farmaco antidepressivo (spesso con meccanismo di azione differente). La popolarità delle strategie antidepressive di combinazione (sia associazione che potenziamento) è andata crescendo con l’introduzione di molecole sempre più maneggevoli e dotate di buona tollerabilità, e la maggioranza dei clinici tendono oramai a preferirle alla sostituzione di un farmaco che comunque ha dato al paziente effetti positivi . Leggi il seguito »

Durante i trattamenti antidepressivi il rischio di indurre o slatentizzare un disturbo bipolare è una delle principali preoccupazioni dello psichiatra.
Dal punto di vista dell’osservazione clinica trasversale, cioè al momento della visita, le depressioni unipolari (cioè i disturbi caratterizzati eslusivamente da fasi depressive) e le depressioni bipolari (cioè i disturbi caratterizzati da fasi depressive alternate a fasi di eccitamento maniacale) sono tutt’altro che facili da distinguere.
Esiste una ricchissima documentazione riguardo alle procedure per una corretta diagnosi di depressione bipolare la cui esposizione richiederebbe una trattazione estesa ed a se stante.
Il punto che ci interessa è semplicemente mettere in evidenza il rischio che si corre, prescrivendo una qualunque terapia antidepressiva, di gettare benzina sul fuoco di una depressione bipolare non riconosciuta trasformando la fase depressiva di un paziente in una fase eccitativa e quindi rendendone ancora più difficile la stabilizzazione e peggiorandone il decorso complessivo. Leggi il seguito »