Le molecole attive sul sistema della dopamina sono conosciute per motivi totalmente differenti dalla depressione. I farmaci che agiscono legandosi ed inibendo i recettori per la dopamina (antagonisti) sono stati sviluppati come antipsicotici o tranquillanti maggiori; mentre i farmaci che agiscono legandosi ai recettori per la dopamina stimolandone l’azione (agonisti) sono conosciuti principalmente per la loro azione terapeutica nella malattia di Parkinson ed in altri disturbi del movimento. L’interesse verso i dopamino-agonisti nel trattamento dei disturbi depressivi è una piccola parte del vastissimo argomento dell’azione dei farmaci dopaminergici nel sistema nervoso centrale. Negli Stati Uniti molecole come il bupropione (Zyban, Wellbutrin) venivano da tempo utilizzate come antidepressivi in ragione del loro interessante profilo di tollerabilità e della relativamente bassa incidenza di induzione di viraggi maniacali (passaggio dalla depressione alla mania in un paziente affetto da depressione bipolare) rispetto agli altri antidepressivi. Abbastanza curiosamente gli stessi farmaci o le preparazioni “galeniche” (preparate in farmacia e non prodotte dalle aziende) sono stati utilizzati in Italia come farmaci per smettere di fumare senza alcun vincolo o necessità di valutazione psichiatrica. Nel nostro paese venivano quindi utilizzati antidepressivi dopaminergici a pieno dosaggio per smettere di fumare senza alcuna precauzione di sorta (a pagamento). Gli stessi farmaci venivano usati negli Stati Uniti come antidepressivi al medesimo dosaggio, prescritti gratuitamente e sotto controllo specialistico psichiatrico. Leggi il seguito »

La pratica psicologica basata sull’evidenza (Evidence-based practice in psychology, EBPP) è data dall’integrazione della migliore ricerca disponibile con l’esperienza clinica, tenuto conto delle caratteristiche, della cultura, e delle preferenze del paziente (American Psychological Association Presidential Task Force on Evidence-Based Practice, 2006).
È innegabile che gli studi randomizzati e controllati (RCT) rappresentino la modalità d’elezione per valutare l’efficacia di un trattamento, tuttavia non si può negare il problema della difficile esportabilità dei risultati degli studi RCT alla pratica clinica quotidiana. Per certi versi si può dire che, paradossalmente, più uno studio è “ben fatto” più è “inutile”, nel senso che il prezzo pagato per soddisfare i rigorosi standard scientifici (randomizzazione dei pazienti e dei terapeuti, rigida manualizzazione dell’intervento che contrasta fortemente con la reale psicoterapia sul campo che si esplica attraverso un processo idiografico e autocorrettivo e con il fatto che la maggior parte degli psicoterapeuti attui in realtà un approccio eclettico, durata prefissata della terapia, selezione dei pazienti affinché soddisfino i criteri per un singolo disturbo diagnostico, il fatto che la complessità della vita delle persone non possa trovare rappresentazione in una diagnosi tout court, ecc.) rende l’esperimento troppo lontano dalla realtà clinica, dove necessariamente vi sono condizioni molto diverse e non paragonabili a quelle “fittizie” del laboratorio (Seligman, 1995; Westen, Morrison e Thompson-Brenner, 2004). Leggi il seguito »