L’utilizzo di farmaci antipsicotici nel trattamento delle varie forme di disturbo bipolare non è certo una novità. Le forme più gravi di eccitamento maniacale venivano trattate con antipsicotici di prima generazione fin dagli anni ’70. La storia dei farmaci antipsicotici tuttavia comincia con le molecole di prima generazione (antipsicotici tipici o neurolettici) nel 1952, quando l’effetto antipsicotico di clorpromazina fu scoperto per caso da Delay e Deniker. Sempre a partire dagli anni ’50 inizia ad essere studiata quella che diventerà la molecola più estesamente impiegata nella terapia di tutti i tipi di psicosi, l’aloperidolo (Davis 1969). Le proprietà antipsicotiche dei primi neurolettici vengono messe in relazione con la loro capacità di bloccare i recettori delle monoamine, in particolare della dopamina. Nel corso degli anni tale ipotesi dimostrerà tutti i suoi limiti e l’azione dei farmaci antipsicotici verrà inquadrata in un contesto biochimico estremamente più complesso sia per quanto riguarda l’efficacia che per il profilo di effetti indesiderati. Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni 90 compaiono i primi studi sui farmaci antipsicotici di seconda generazione. Leggi il seguito »

Antidepressivi ed aumento di peso

scritto da Bruno Pacciardi il 25 febbraio 2010

Nell’ambito dei medicinali ad azione antidepressiva sono compresi  farmaci con meccanismi di azione estremamente differenti tra loro e per tale motivo può essere fuorviante descrivere le loro caratteristiche come se fossero una unica classe farmacologica. Per illustrare l’effetto dei farmaci antidepressivi sul peso corporeo è necessario quindi separare le diverse molecole (almeno in base al funzionamento) e successivamente analizzarne l’effetto sul peso. Questo lavoro è stato fatto in una revisione della letteratura che ha valutato separatamente l’effetto sul peso di antidepressivi triciclici (TCA), Inibitori delle monoamino-ossidasi (IMAO), Inibitori Selettivi della Ricaptazione della Serotonina (SSRIs), ed altri antidepressivi definiti come “atipici” (AtAD) (Swartz et al 2009). Tra gli antidepressivi triciclici il farmaco più comunemente associato con l’incremento di peso era risultato l’amitriptilina, mentre al contrario la nortriptilina non avrebbe indotto variazioni significative di peso.  Gli inibitori delle monoamino-ossidasi sarebbero meno comunemente associati all’aumento di peso rispetto agli antidepressivi triciclici e tra gli IMAO la fenelzina sarebbe il farmaco con le maggiori capacità di indurre incremento ponderale. Sia tra gli IMAO che tra i TCA l’effetto sul peso sembra variare significativamente da un farmaco all’altro. Leggi il seguito »

L’obesità è una patologia che attualmente colpisce oltre 300 milioni di individui nel mondo, è associata a mortalità prematura e comporta una compromissione cronica delle condizioni di salute. La dieta, l’attività fisica e gli interventi comportamentali non riescono a controllare i molteplici rischi per la salute associati con il sovrappeso e l’obesità e quindi una attenzione sempre maggiore è rivolta agli interventi farmacologici. dreamstime_10887089L’impiego infruttuoso (e pericoloso) di una intera generazione di farmaci antiobesità caratterizzati da attività psicostimolante (amfetamine e sostanze amfetamino simili), ha condotto nella maggioranza dei casi all’interruzione della commercializzazione di tali prodotti. Più recentemente nuove possibilità per il trattamento del sovrappeso, dell’obesità e delle patologie del comportamento alimentare con peso elevato (Binge Eating Disorder, Bulimia Nervosa) sembrano provenire da alcuni antiepilettici. Leggi il seguito »

Oggigiorno tutti gli specialisti concordano sulla necessità di integrare farmacologia e psicoterapie nella cura della psiche.
L’approccio farmacologico deve migliorare la salute dell’individuo, ma anche metterlo in grado di accedere a trattamenti combinati ottimizzandone l’efficacia.
Attraverso il miglioramento degli aspetti clinici diventa possibile la cura della persona nella sua complessità.
Fino a non molto tempo fa si riteneva la terapia farmacologica utile solo per malattie severe nelle forme più conclamate. In medicina generale, per esempio, pazienti affetti da malattie come diabete e ipertensione venivano curati soltanto quando cominciavano ad avere gravi crisi o danni manifesti agli organi del corpo.
La tendenza attuale è, invece, quella di trattare persone che hanno valori significativamente alterati di pressione o di zucchero nel sangue. In tal modo si cerca di conservare la salute ed evitare, se possibile, di arrivare alla condizione di piena espressione clinica della malattia che danneggia gli organi del corpo.
Un discorso analogo può essere fatto per il disagio psichico.
La farmacologia moderna ci permette un intervento simile a quello che viene fatto per il diabete e l’ipertensione.
Oggi possiamo trattare non solo le forme gravi di malattia della mente, ma possiamo anche agire efficacemente, e sopratutto in maniera non invasiva, su disturbi che venivano precedentemente considerati come “minori”.
Chiunque abbia provato una forma anche “lieve” di disagio psichico riconosce immediatamente questa condizione come invalidante per la salute e la capacità di esprimere se stessi ed il proprio potenziale.
Una farmacologia clinica moderna dovrebbe quindi applicare i progressi scientifici alla salute dell’individuo.
Il risultato deve essere non soltanto quello di togliere o “coprire” alcuni sintomi di malattia, ma di curare l’individuo nella sua totalità con l’obiettivo di metterlo nella condizione di proseguire nella ricerca della propria realizzazione.

L’organizzazione mondiale della sanità definisce la salute non più come assenza di malattia, ma come “…stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia…” (OMS 1948)